Un giorno senza migranti. Senza migranti al lavoro nelle fabbriche, nei cantieri, nelle case a badare a bambini ed anziani, nei campi, negli agrumeti del Sud.
Eccolo, quel giorno sta per arrivare, in Italia e in Europa. Il primo marzo. Chiunque si senta estraneo al razzismo che avvelena l’Italia, che sia straniero o no, partecipi. Nella sua città o in un’altra vicina dove sono previste manifestazioni, partecipi. E se non può si vesta di giallo, o metta una bandiera gialla alla finestra. Nel sito degli organizzatori (www.primomarzo2010.it) sono elencate le iniziative nelle diverse località.
Noi, tra le tante, segnaliamo Brescia, dove ci sarà una manifestazione dalle 10 in poi a piazza della Loggia e dove la Fiom ha lavorato in modo capillare per la sua riuscita. E dove la Cgil sta combattendo una battaglia sul territorio contro le numerose ordinanze emesse dai consigli comunali dei paesi del bresciano. Ne parliamo con Araby, di origine marocchina, arrivato in Italia nell’87 e ora funzionario della Fiom. «I fatti di Rosarno non ci hanno rivelato niente di nuovo – dice - lo sfruttamento estremo e le condizioni miserevoli in cui vivono i braccianti stagionali in molte località del Sud erano note a tutti, anche a quelli che hanno fatto finta di scandalizzarsi. Io stesso sono passato per Rosarno tanti anni fa, e sono scappato dopo due giorni. Il sindacato, anche se condivide le ragioni dell’esasperazione che hanno portato alla rivolta, però non ne condivide il metodo, perché allontana l’obiettivo del raggiungimento di migliori condizioni di vita e di lavoro nel paese. Ricordo quando nel 2000 i lavoratori pachistani occuparono pacificamente piazza della Loggia e portarono avanti uno sciopero della fame. E lì si ottennero delle cose». Perché l’obiettivo non può essere solo sfogare la rabbia per l’ingiustizia, le umiliazioni subite e nel caso di Rosarno, le minacce e gli atti di violenza dei razzisti italiani, magari guidati dalla criminalità organizzata che sulla pelle dei migranti fa i suoi sporchi calcoli. L’obiettivo deve essere contrastare e battere il razzismo.
Certo, la situazione per i migranti è terribilmente peggiorata in tutta Italia – conferma Araby - e ciò che è grave è che sono le stesse istituzioni a portare avanti un attacco senza precedenti nei confronti dei migranti. Dal pacchetto sicurezza varato dal governo agli eccessi d’intolleranza, dalle delibere comunali alla discriminazione e alla cancellazione di diritti, giorno dopo giorno si è creata una situazione drammatica. Nella provincia di Brescia diversi comuni (tra cui il famigerato Coccaglio del Bianco Natale, dove il sindaco istigava i cittadini ad andare a “stanare” gli immigrati senza permesso di soggiorno casa per casa) hanno varato ordinanze anti stranieri. La CGIL le ha impugnate tutte e ha costretto le amministrazioni a ritirarle. «Le ultime su cui ci stiamo impegnando riguardano Villa Carscina, dove due assessori hanno fatto un accordo con l’azienda di trasporti perché permetta di salire a bordo degli incaricati a “controllare” i documenti, e Montichiari, dove vogliono negare il diritto di residenza al lavoratori migranti che hanno un contratto a tempo determinato. Anche in questi casi i provvedimenti verranno impugnati e le delibere, siamo certi, dovranno essere ritirate».
Ma quello che ad Araby preme raccontare è che, anche nelle fabbriche, dove la convivenza tra lavoratori migranti ed italiani è buona, ci sono sacche di discriminazione ora acuite dalla crisi. Perché questa crisi i lavoratori migranti la stanno pagando più di chiunque altro: spessissimo sono inquadrati ai livelli più bassi, magari per un problema di scarsa conoscenza dell’italiano, e quando l’imprenditore fa ricorso alla cassa integrazione ordinaria non c’è rotazione e chi resta a casa a zero ore deve tirare avanti una famiglia, quasi sempre monoreddito, con 700 euro al mese. Parliamo di famiglie di minimo 4 persone, che all’improvviso devono scegliere tra pagare il mutuo o l’affitto (molti i migranti che hanno dovuto comprare la casa perché gli italiani non vogliono dare in affitto le loro agli stranieri) o mettere il pasto in tavola ai loro figli. Famiglie che non possono godere, come avviene molto spesso con gli italiani, sull’appoggio di nonni, zii e parenti.«Non sai quanti di loro vengono da noi a chiederci: come faccio? Se sono in affitto rischiano di trovarsi in mezzo ad una strada, se hanno il mutuo di perdere la casa. E sono i migranti regolari, integrati, quelli che stanno meglio. C’è una disperazione forte, un senso di sconfitta». Per non parlare di chi ha un contratto a tempo indeterminato e perde il lavoro restando completamente senza rete
Nella provincia di Brescia la presenza dei migranti nelle fabbriche è alta: il 73% delle medie imprese impiega lavoratori immigrati e in quelle grandi la percentuale sale al 92%. Basta contare le tessere Fiom, nel 2008 erano 8336, nel 2009 sono arrivate a 9265, per capire che le difficoltà sono molto aumentate. Ci sono perfino aziende dove i lavoratori stranieri raggiungono il 70 o l’80 per cento (come alla Isoclima o la Bonvini). Il reddito medio degli immigrati è di 60 euro in meno al mese rispetto agli italiani e il 20% ha subito intimidazioni in fabbrica e riguardano quasi sempre il posto di lavoro. “Un giorno senza di noi”, il primo marzo, parla anche di questo, dell’esercito “invisibile” di lavoratori che fa una differenza, ma a cui non viene riconosciuta.
La Fiom a Brescia ha organizzato l’adesione alla manifestazione con un percorso che dagli incontri con le comunità e le associazioni è passato attraverso le riunioni con i circa 80 delegati Fiom migranti, alle assemblee nelle fabbriche. Ci sono stati RSU che hanno proposto l’astensione dal lavoro per l’intera giornata, in altre situazioni il primo marzo ci si fermerà qualche ora, si farà l’assemblea. Ovunque però gli invisibili devono diventare protagonisti.
Lettera dei/delle docenti universitari/e contro il razzismo a sostegno del primo marzo, “una giornata senza di noi”.
Noi docenti precari/e e docenti non precari/e delle università italiane abbiamo deciso di aderire alla giornata del primo marzo, “una giornata senza di noi”, presentando ai nostri studenti e alle nostre studentesse, dove possibile anche durante le ore di attività didattica nei giorni che precedono il primo marzo, dapprima la lettera dei lavoratori africani di Rosarno, riunitisi in assemblea a Roma alla fine di gennaio, e poi il testo che leggeremo alla fine della loro lettera e invitandoli/e a partecipare alle iniziative della giornata:
Dapprima in Francia, poi in Italia, in Spagna, in Grecia e in altri paesi europei, la giornata del primo marzo è stata proclamata “una giornata senza di noi” con l’intento da parte dei/delle migranti che vivono in questi paesi di far percepire, per un giorno, l’importanza della loro presenza economica e sociale sia attraverso lo sciopero sia attraverso altre forme di protesta come l'astensione dai consumi. Ispirata alla giornata del primo maggio del 2006, quando in varie città degli Stati Uniti i/le migranti privi/e di documenti di soggiorno erano riusciti/e a bloccare la vita economica e sociale di quelle città attraverso una massiccia astensione dal lavoro e fluviali manifestazioni in cui ricordavano a tutti che “We are America”, questa giornata ci sembra di particolare importanza anche per iniziare una necessaria riflessione sulle forme della nostra esistenza comune di cittadini/e e non cittadini/e, migranti e non.
Per questo, abbiamo deciso di assumere come parte del nostro testo quello sottoscritto da alcuni lavoratori africani di Rosarno. Riteniamo, infatti, che quanto accaduto a Rosarno nei primi giorni di gennaio – le intimidazioni e le violenze sui migranti, la rivolta dei lavoratori africani, la “caccia al nero” dei giorni successivi, il coinvolgimento di alcune parti della mafia nella “gestione dell’ordine pubblico”, il trasferimento d’urgenza di tutti i lavoratori africani, la loro detenzione nei centri di identificazione ed espulsione e la minaccia di espulsione per quelli privi di permesso di soggiorno – sia il precipitato, soltanto più visibile, delle scelte politiche con cui negli ultimi anni i governi che si sono succeduti hanno affrontato e voluto gestire il fenomeno globale delle migrazioni. Il risultato, innanzitutto, di una volontà di generale clandestinizzazione della presenza dei/lle migranti e dei lavoratori e delle lavoratrici migranti che ha permesso, non solo a Rosarno, ma nel Sud come nel Nord del paese, tra i campi di agrumi e le serre così come nelle fabbriche e le piccole imprese, o nelle famiglie, forme di assoluto sfruttamento della forza lavoro possibili grazie a un’illegalità diffusa del mercato del lavoro generata proprio dalle leggi che normano l’immigrazione. Ricordiamo di seguito alcuni dei provvedimenti e dei fatti che stanno alla base di quanto accaduto a Rosarno così come di quanto accade quotidianamente nel resto d’Italia: l’istituzione dei centri di detenzione nel lontano 1998, con cui si apriva il capitolo del doppio binario giuridico, uno per i cittadini, un altro per i non cittadini, passibili di pene detentive in assenza di reato; il nesso inscindibile tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno, con la legge del 2001, che spianava la strada a ogni forma di ricattabilità da parte dei datori di lavoro sulla forza lavoro migrante, compresa la ricattabilità sessuale delle lavoratrici migranti impiegate nel lavoro domestico; gli innumerevoli provvedimenti delle recenti norme previste dai pacchetti sicurezza ispirati tutti a un orizzonte di discriminazione e razzismo (l’aggravante di clandestinità, il reato di clandestinità, il prolungamento a sei mesi della detenzione amministrativa, l’interdipendenza tra permesso di soggiorno e atti dello stato civile, tra cui il riconoscimento dei figli e il matrimonio, l’istituzione di corpi speciali privati per il mantenimento dell’ordine pubblico); i respingimenti verso la Libia iniziati nel maggio del 2009 volti a risolvere il problema degli arrivi sulle coste italiane con la deportazione verso i campi di concentramento della Libia finanziati dallo stato italiano di donne, uomini e bambini, spesso potenziali rifugiati provenienti dai luoghi di guerra delle ex-colonie italiane. La criminalizzazione dei migranti privi di permesso di soggiorno produce effetti a cascata su tutti/e i/le migranti che vivono in Italia, rendendo precaria la condizione degli/delle stessi/e migranti “regolari”, esponendoli/e a continue discriminazioni e alla possibilità sempre presente di ricadere nell’“irregolarità”. “Come può manifestare qualcuno che non esiste?” si chiedono i lavoratori africani nella lettera che vi abbiamo letto, descrivendo prima di questa domanda l’esistenza quotidiana “di chi non esiste”, dalla giornata lavorativa alle notti prive di acqua e elettricità e costellate di episodi di violenza e intimidazioni. “Come può esistere chi non esiste” è, infatti, secondo noi, la domanda di fondo diventata sempre più impellente in Italia e generata da una forma pervasiva di razzismo istituzionale che permette e legittima forme di razzismo, intolleranza, xenofobia sociali che stanno ormai erodendo la vivibilità comune delle nostre città. O, meglio, come possono esistere tutti e tutte coloro che, pur essendo “attori della vita economica di questo paese”, con differenti dispositivi sono continuamente sospinti verso una presenza marginale e una vita non vivibile costellata di mille ostacoli (dai tempi biblici del rinnovo del permesso di soggiorno all’assenza di ogni possibilità di regolarizzazione, dagli innumerevoli modi in cui si elude il riconoscimento dello stato di rifugiato alle norme che entrano in modo discriminatorio nelle scelte di vita affettiva concedendo ai migranti “affetti di serie b”, sino ai mesi di detenzione previsti per chi non ha o ha perso il permesso di soggiorno e all’ultima proposta del “permesso di soggiorno a punti”)?
Aderiamo a questa giornata perché riteniamo che questa domanda coinvolga la vita di tutti e di tutte, migranti e non, studenti, studentesse, lavoratori e lavoratrici, disoccupati e disoccupate, in Italia così come nel resto d’Europa e in altri paesi del mondo. In quanto docenti, sappiamo che nelle università, anziché come studenti e studentesse nelle nostre aule è più facile incontrare i/le migranti come lavoratori e lavoratrici delle cooperative di servizi, assunti/e con bassi salari e senza garanzie.
La scandalosa difficoltà nell’accesso a un permesso di soggiorno per studi universitari, attraverso una politica delle “quote” anche nel campo del sapere che rende quest’ultimo esclusivo privilegio dei cittadini, è parte integrante della chiusura nei confronti dei/delle migranti che caratterizza il nostro paese. Per questo ci impegniamo a lottare anche per garantire la piena accessibilità dell’Università ai/alle migranti. Siamo più in generale convinti che soltanto cancellando il razzismo istituzionale e sociale come pratica quotidiana di sfruttamento sarà possibile costruire spazi di convivenza futuri.
Docenti precari/e e docenti non precari/e delle Università italiane
firmatari:
Fabio Amaya (Università di Bergamo)
Anna Curcio (Università di Messina)
Umberto Galimberti (Università di Venezia)
Maria Grazia Meriggi (Università di Bergamo)
Sandro Mezzadra (Università di Bologna)
Renata Pepicelli (Università di Bologna)
Luca Queirolo Palmas (Università di Genova)
Antonello Petrillo (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli)
Federico Rahola (Università di Genova)
Fabio Raimondi (Università di Salerno)
Maurizio Ricciardi (Università di Bologna)
Anna Maria Rivera (Università di Bari)
Gigi Roggero (Università di Bologna)
Pier Aldo Rovatti (Università di Trieste)
Devi Sacchetto (Università di Padova)
Anna Simone (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli)
Federica Sossi (Università di Bergamo)
Alessandro Triulzi (Università di Napoli L’Orientale)
Tiziana Terranova (Università di Napoli L’Orientale)
Fulvio Vassallo Paleologo (Università di Palermo)
per adesioni: http://www.PetitionOnline.com/march1st/petition.html
per informazioni: semir@libero.it
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