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SCHIFANI SCIOGLIE LE CAMERE

di Francesca Guerra

Renato Schifani, che è uno degli uomini più vicini al Presidente del Consiglio, ieri sera ha detto senza giri di parole: «Se la maggioranza non è compatta è meglio andare al voto». Quel "Se" è abbastanza retorico. Che la maggioranza non sia compatta è un fatto accertato. Del resto - pochi minuti dopo la dichiarazione del presidente del Senato - è arrivata la risposta di Fabio Granata, considerato uno degli uomini più vicini a Fini. Ha detto Granata: «Questo Pdl assomiglia a una caserma». Insomma, l'ipotesi di elezioni anticipate si fa sempre più probabile. Forse Berlusconi non vede altra via d'uscita e teme che più si va avanti più i suoi consensi si assottigliano.

Schifani ha detto: «Compito dell'opposizione è esercitare il proprio ruolo di critica e di proposta alternativa, in coerenza con il proprio mandato elettorale. Compito della maggioranza è garantire che in parlamento il programma del governo trovi la compattezza degli eletti per approvarlo. Se questa compattezza viene meno, il risultato è il non rispetto del patto elettorale. Se ciò si verificasse, giudice ultimo non può che essere, attraverso nuove elezioni, il corpo elettorale». Risponde Fabio Granata: «C'è un clima irrespirabile nella maggioranza, ma non per colpa nostra. Noi non vogliamo arrivare alla rottura o alle elezioni, ma nessuno può pensare di evitarle riportando tutto a un pensiero unico».

In serata ha parlato anche Bersani: «Il centrodestra e il presidente del Senato non sono i padroni della legislatura».

Ma come nasce l'uscita, il vero e proprio aut-aut di Renato Schifani? Orologi indietro, di due mesi circa. Esattamente a quando Pier Ferdinando Casini all'assemblea dell'Udc a Chianciano espose chiaramente i propositi della sua area di centro in caso di elezioni anticipate: formare una nuova maggioranza in Parlamento per mandare avanti la legislatura, fare le riforme, soprattutto avere il gusto di confinare in minoranza Berlusconi, i suoi fedelissimi e la Lega. Un sogno, che finora non si è realizzato anche se il fantasma del ritorno alle urne continua ad aleggiare nei Palazzi, soprattutto a Palazzo Chigi dove il premier si è trasferito da alcuni giorni per via degli allarmi dei servizi sulla sua sicurezza.

A settembre, anche il Pd a guida Franceschini non disdegnava l'idea di un nuovo esecutivo tecnico o istituzionale, magari a guida Fini (che ufficialmente ha sempre smentito). E oggi? Da allora è certo che i guai del premier si sono aggravati, dagli scandali di escort e veline si è passati a veri e propri problemi giudiziari, con i processi milanesi che incombono dopo la bocciatura del lodo Alfano e con quelli sulle stragi di mafia che potrebbero riguardarlo intorno a gennaio, suggeriscono da giorni voci di palazzo. Sono voci, come le tante che si addensano intorno ad una legislatura sempre più turbolenta.

Ma è un fatto che il Cavaliere è in silenzio stampa da due settimane, che sembrerebbe in difficoltà, incerto sulla strategia da adottare ora che lo scontro con il presidente della Camera è diventato quasi un corpo a corpo. Perché in realtà c'è una differenza sostanziale rispetto a due mesi fa: i finiani si sentono sotto assedio nel Pdl, tanto da non escludere l'ipotesi di votare con l'opposizione su questioni tipo la mozione di sfiducia per il sottosegretario Nicola Cosentino, oggetto di richiesta di arresto da parte dei pm napoletani che indagano sugli affari di Camorra. La mozione, approntata dall'Idv che però sta ancora raccogliendo le firme necessarie per calendalizzarla alla Camera, è solo un esempio tra i possibili che potrebbero innescare l'incidente in maggioranza. C'è anche il ddl sul processo breve, presentato al Senato dai tecnici berlusconiani nel tentativo di salvare il premier dai processi milanesi.

Ma, se lo scontro degenera, ci può stare anche un incidente nell'iter della Finanziaria a Montecitorio, che proprio oggi dovrebbe votare la fiducia al governo sul dl Ronchi di privatizzazione dell'acqua anche se questo voto non sembrerebbe a rischio, troppo presto per far saltare il banco. Insomma, i chiarimenti tra Berlusconi e Fini in questi mesi ci sono stati e non hanno portato a granché. Forse è già scattata la resa dei conti, ma se il premier pensa davvero alle urne, è anche vero che gli sarà difficile arrivarci, non solo per i propositi di Casini e per le parole di Fini che due giorni fa subdolamente ricordava che “sta al Capo dello Stato sciogliere le Camere”.

Non solo per questo, ma anche perché sarebbe costretto a fare campagna elettorale senza scudi giudiziari, esposto ai magistrati. I finiani. Il punto sono loro. Non sono molti tra i parlamentari Pdl ma sono sempre più agguerriti, oggi meno di ieri disposti a sottomettersi. E non è solo un problema di rapporti con la Lega. Un finiano doc come Fabio Granata lo dice chiaramente che per lui l'esclusione dell'immigrazione clandestina dal processo breve “non è un'imposizione del Carroccio, ma di un'area del Pdl che evidentemente vuole la rottura con noi”. Resa dei conti, appunto. Quella di oggi poi è giornata campale, zeppa di convegni e conferenze stampa di finiani come Flavia Perina, lo stesso Granata e altri sui temi dell'immigrazione. La mozione su Cosentino? “Se non si dimette da sottosegretario, noi votiamo con l'opposizione”, promette Granata. Il finiano Italo Bocchino pure ammette: “Stiamo valutando come votare”.

Al contrario di due mesi fa, lo scenario di elezioni anticipate non è più escluso a priori. Nel senso: “Noi vogliamo salvaguardare la maggioranza uscita dalle urne”, continua Granata, ma se fossero chieste dal premier “valuteremo”. Per dire che non sarebbe escluso, a quel punto, che la parte finiana del Pdl si metta con l'opposizione e l'Udc per rendere un'altra maggioranza possibile in questa legislatura. C'è l'enigma Lega.

Ma è un enigma legato alla trattativa sulle regionali. E' vero che Bossi tempo fa uscì dall'incontro con Fini escludendo il voto anticipato, ma il Carroccio è un partito che non ha da temere le urne anche se potrebbe avere conti da far pagare a Berlusconi se non ottiene Veneto e Piemonte alle regionali. Berlusconi isolato. Anche per questo è silenzioso. Tanto isolato da poter finire sotto ricatto.

Dopo aver infilato in Parlamento tre possibili carte per salvarsi dai processi (processo breve, nuovo lodo Alfano e immunità parlamentare), in questi giorni si è ridotto a dover sperare nella carta D'Alema. Perché se andasse in porto l'operazione di mandare il presidente di Italianieuropei al ruolo di Mr Pesc, magari l'opposizione sarebbe meno barricadera, spera il premier. Ma una tale vittoria farebbe stappare bottiglie di spumante anche nel Pd, dove sono in molti a volersi liberare della presenza di D'Alema in Italia e nel partito. Mr Pesc o meno, dunque, per il Cavaliere non cambierebbe molto.

L'unico modo per guadagnarsi una tregua dall'opposizione sarebbe il ritiro del ddl sul processo breve, come chiede Bersani. Sul testo, ci sono in effetti accenni di ripensamento da parte della maggioranza. Il presidente del Senato Schifani propone di mettere su due piani diversi il processo breve e le riforme istituzionali. Ok dalla Finocchiaro: “Si parta dalla bozza Violante”.

Ed è un punto di avvicinamento tra i poli. Ma non basta per garantire una collaborazione del Pd all'approvazione di un lodo Alfano costituzionale o del ritorno all'immunità parlamentare, le due ipotesi che davvero sventerebbero la bomba processi ma che richiedono una maggioranza di due terzi in Parlamento, pena il referendum. Non basta per perché i Democratici hanno altri problemi per le mani. Sono tirati da un lato da Fini e Casini che li esortano al confronto sul lodo Costituzionale, più in generale sulle riforme.

Dall'altro, hanno un problema più cocente: l'Idv che proprio ieri ha sparato a zero su Bersani per la scelta di non aderire al “No B day” del 5 dicembre. Il nuovo segretario è alle prime armi nello scontro con il “non tanto alleato” Di Pietro, dal quale sembra voler prendere le distanze. Non condivide nemmeno la sua mozione su Cosentino: “Ne abbiamo una del Pd in Senato”. Da come Bersani risolverà il rapporto con Di Pietro, si capirà anche quanta disponibilità ci sia nel Pd per un ritorno alle urne. Ora il partito è in leggera crescita nei sondaggi, non tanto però da auspicare il voto subito. Ultima. Oltre al fantasma del voto, due mesi fa si era parlato di un'altra possibile arma nelle mani di Berlusconi: una manifestazione di piazza per misurarsi il consenso e sbatterlo in faccia agli alleati. Adesso, la macchina dei berlusconiani Stracquadagno e Valducci è in moto per la contromanifestazione a Di Pietro: il “Sì B day” del 5 dicembre. Ma nel frattempo sono intervenuti i guai giudiziari. La piazza, intesa dai promotori anche come prova del nove della fedeltà degli alleati al premier, sarà un successo o un boomerang per il Cavaliere?
 

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La brutta scivolata di Schifani.

Il Presidente del Senato verosimilmente starà meditando sulla minaccia del voto anticipato rivolta ai suoi,che gli è costata una topica clamorosa.Più ancora pesa l'immediata smentita data dal presidente del Consiglio il cui silenzio dei giorni scorsi appare quanto meno malizioso.L'abituale prudenza di Schifani,che è anche uomo di legge,può anche indurre qualche sospetto.E siccome l'infelice sortita non deve essere piaciuta al Presidente della Repubblica,assente dal suolo patrio,Schifani è corso ai ripari,provando ad intessere un filo di confronto con l'opposizione,anche per anticipare l'intervento del Colle,peraltro già preannunciato.Sembra però improbabile che l'operazione possa andare a buon esito,se non sarà rimosso,o almeno alleggerito,l'ingombrante macigno dell'arroganza e del disprezzo per gli avversari politici.Ma c'è da dire che anche nelle fila della maggioranza serpeggiano vistosi malumori tra quanti forse sono stanchi del ruolo di figuranti,utili soltanto per votare una fiducia dietro l'altra.Ora anche Montezemolo,che non è un pericoloso comunista,dice basta con leggi che servono ad una sola persona.Da ultimo bisognerebbe capire dove vuole arrivare Gianfranco Fini.Se pensa di cambiare Berlusconi,o di ostacolarlo nel governo del Parlamento,è un illuso;se pensa a soluzioni diverse non potrà che assumere decisioni estreme,salvo che alla fine non decida di rientrare nei ranghi,pagandone però un prezzo altissimo, immediato e forse anche futuro.Frattanto,mentre il presidente del Senato cerca di stemperare le tensioni,il ministro Alfano attacca la magistratura e dichiara che la legge sui tempi del proceso penale non si tocca.Il viatico non è dei migliori,ma il Presidente Napolitano non sembra disposto a cedimenti.

 

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